Il progetto “Invecchiando si impara” si attua nel comprensorio territoriale costituito dai 19 comuni aderenti in parte all’Ambito di Seriate e in parte all’Ambito di Grumello del Monte.

Il territorio degli Ambiti territoriali di Seriate e Grumello del Monte si colloca nella fascia sud-est della provincia di Bergamo a ridosso del comune capoluogo protendendosi verso la zona pedemontana ad est. Questo territorio rappresenta una realtà socioeconomica, urbanistica e demografica complessa e diversificata, attraversata da un vivace processo di evoluzione
e crescita che sta cambiando la configurazione sociale del territorio.

Costituito da 19 Comuni (11 dell’Ambito di Seriate e 8 dell’Ambito di Grumello del Monte), il territorio ha una popolazione oggi di poco superiore a 123 mila abitanti.

AMBITO DI SERIATE

L’Ambito territoriale di Seriate si colloca nella fascia est della provincia di Bergamo a ridosso del comune capoluogo. Costituito da 11 Comuni (Albano Sant’Alessandro, Bagnatica, Brusaporto, Cavernago, Costa di Mezzate, Grassobbio, Montello, Pedrengo, Scanzorosciate, Seriate, Torre de’ Roveri) che si configurano in modo molto diverso tra loro per dimensioni e caratteristiche (dai 25.276 abitanti di Seriate ai 2.416 abitanti di Torre de’ Roveri – tab. 1), rappresenta una realtà socio economica, urbanistica e demografica complessa e diversificata, con una popolazione in costante crescita demografica e un territorio denso di insediamenti produttivi.

Appoggiandosi all’hinterland di Bergamo, il territorio è ben fornito di infrastrutture (linea ferroviaria, aeroporto, autostrada), ampiamente collegato alla rete viaria stradale e autostradale, dotato di discreta accessibilità al trasporto pubblico che lo rende attraente anche come area residenziale.

Il territorio, non particolarmente ampio, si conferma densamente abitato con una densità demografica pari a 1.130,9 abitanti/Kmq.

IL PRESIDENTE: GABRIELE CORTESI

Sono Gabriele Cortesi, Presidente dell’Assemblea dei Sindaci dell’Ambito di Seriate. Rafforzare la dimensione di comunità è una delle priorità delle nostre amministrazioni locali. Ciò che consente di vivere bene nelle nostre città non sono solo le risorse economiche e i servizi che concorrono alla produzione del nostro welfare, ma anche e soprattutto le attività di cura e di educazione, i flussi relazionali ed affettivi che vengono garantiti dalla famiglia; la solidarietà diffusa sul territorio, il buon vicinato, la presenza capillare del volontariato. Il progetto Invecchiando s’impara può aiutarci a contrastare la frammentazione sociale, la solitudine, l’isolamento e lo scoraggiamento delle persone anziane e valorizzarne a pieno le risorse, la dignità e la salute. Valorizzare la dimensione comunitaria delle relazioni attiva senso di appartenenza, di responsabilità e di solidarietà fra cittadini.  Mi piace pensare anche alla promozione di un’idea di invecchiamento non come periodo residuo e gravato di fatiche, bensì come un’epoca della vita  da godere nella sua interezza. Per questo il nostro progetto vuole anche promuovere una nuova cultura della vecchiaia e una politica sociale integrata che permettano alle persone che invecchiano di riconoscere, abitare e vivere bene ed attivamente la terza età.

I COMUNI DELL’AMBITO DI SERIATE

Le origini

L’origine di Seriate è legata a due fattori molto importanti, la presenza del fiume Serio e la possibilità di attraversarlo in modo agevole. Seriate dunque nasce e si sviluppa come puntodi passaggio di persone e merci, grazie al ponte sul fiume Serio, vero emblema del territorio: seleziona il titolo per accedere all’approfondimento.

Il periodo medioevale

Durante il periodo medioevale, come in pressochè tutta la zona, hanno luogo violenti scontri tra Guelfi e Ghibellini. Seriate, di parte Guelfa, subì nel periodo tra i secoli XIV e XV numerosi incendi e saccheggi: seleziona il titolo per accedere all’approfondimento.

Il periodo di Venezia e la peste

Nella prima metà del 1400 Seriate venne annessa definitivamente da Venezia. Iniziò così un periodo di relativa tranquillità e prosperità, dove Seriate potè consolidarsi come fondamentale punto di passaggio tra Bergamo e Brescia. Questa fase storia fu funestata da epidemie, la più famosa delle quali fu la peste citata da Manzoni ne “I Promessi Sposi”: seleziona il titolo per accedere all’approfondimento.

Il periodo moderno (‘800 e ‘900)

La storia più recente è caratterizzata dallo sviluppo urbanistico ed industriale, favoriti sicuramente anche dalla presenza della ferrovia Bergamo-Brescia: seleziona il titolo per accedere all’approfondimento.

Albano Sant’Alessandro (‘Lbà Sant’ Alissand in dialetto bergamasco) è un comune italiano di 8 240 abitanti in provincia di Bergamo in Lombardia. Posto ai piedi della collina di San Giorgio e della Valle d’Albano, sulla ex strada statale 42 del Tonale e della Mendola che da Bergamo porta verso la Val Cavallina e la Valcalepio, e bagnato dal torrente Zerra, dista circa 8 chilometri a est del capoluogo orobico.

Storia
La maggior parte degli storici è propensa ad attribuirne la genesi al nome del suo possessore, o del suo gruppo di appartenenza: a tal riguardo tutti concordano nell’individuarne una matrice romana. La forma del nome riconduce ad un antico Albanium, e dimostra che in questo luogo si era stabilita o aveva possedimenti la famiglia degli Albii all’epoca romana.
Che poi questa famiglia fosse assai diffusa nell’Italia Superiore, lo provano l’Albese comasco e l’Albiate in Brianza. La prima documentazione scritta che riporta il nome del paese è databile attorno all’anno 1000.

Dopo il declino dell’impero romano, il territorio di Albano sarebbe stato devastato a più riprese (1379, 1398 e 1403), saccheggiato ed incendiato dai ghibellini giacché gli abitanti del paese erano guelfi.
Nel 1428, unitamente a Bergamo, il territorio fu sottomesso alla Repubblica Veneta. Entrando a far parte dei domini della Serenissima, si chiusero di fatto i periodi delle guerre tra Guelfi e Ghibellini, ed il paese vide un periodo di tranquillità. I veneziani, tra le altre cose, effettuarono opere volte all’irrigazione del territorio, su tutte la roggia Borgogna, al fine di favorire le attività agricole presenti.

Durante il dominio veneto alcuni abitanti del paese riuscirono ad ottenere incarichi prestigiosi nelle gerarchie politiche della città lagunare.

Bagnatica (Bagnàdega in dialetto bergamasco) è un comune italiano di 4.329 abitanti della provincia di Bergamo in Lombardia. Il paese è adagiato sugli ultimi colli della Val Cavallina, ai piedi del monte Tomenone, a circa 9 chilometri a est del capoluogo orobico.

Itinerari
Parecchi percorsi nella natura si svolgono nei suoi bellissimi colli; primo fra tutti è la passeggiata che conduce alla Torre sul colle di San Giovanni Battista (Comune di Costa di Mezzate).

La passeggiata è consigliata nelle belle giornate di primavera e richiede una ventina di minuti per i meno allenati. Raggiunta la torre si incontrano dei meravigliosi prati con affaccio sulla pianura da cui avere una suggestiva panoramica.

Molto bella la passeggiata per raggiungere la cima del monte Tomenone e la breve ma suggestiva salita che conduce alla Cascina Paradiso (ambedue i percorsi iniziano dalla Cascina Casella).

Di notevole spessore sono anche gli edifici sacri presenti sul territorio: in primo luogo la chiesa parrocchiale che, dedicata a San Giovanni Battista, possiede opere pittoriche di buon pregio. La data di costruzione è tuttora incerta, dato che è stata soggetta a numerosi rifacimenti, e viene menzionata in atti scritti soltanto nel 1659. Situata in centro al paese, ospita il pregevole e maestoso organo a canne Serassi, il secondo più antico in provincia: datato 1738, è stato riformato nei primi anni del XIX secolo dai Locatelli, successori della scuola Serassi. Il complesso fonico e meccanico è una fusione di materiali pregiati, esperienza organaria unica, colori e sonorità musicali di rara bellezza che nel tempo ha mantenuto inalterate queste caratteristiche. Terminato il restauro conservativo e la ricostruzioni di accessori quali Banda Turca e Campanelli nell’agosto 2010 ora lo strumento è in perfette condizioni.

È inoltre presente la piccola chiesa di San Pietro che, sita ai margini del centro abitato, custodisce affreschi di valore.

I primi abitanti della zona, nell’epoca preistorica, si insediarono sull’area che dalla linea collinare che va da Comonte a Montello scende e si estende verso il piano. Infatti i reperti archeologici testimoniano la presenza umana nella zona del Tomenone, ma si hanno poche tracce e notizie del periodo antecedente l’alto medioevo comprendente il periodo romano.

Brusaporto è menzionato nello Statuto di Bergamo del 1331 e 1333 con la denominazione di Amberethe et Brusaporcho o semplicemente di Brusaporcho.

Nelle successive edizioni del XIV e XV secolo le due comunità sono segnalate separatamente tra i comuni ascritti alla facta di S.Stefano (di S.Andrea nella redazione del 1491). Nella descrizione dei confini del 1392 (Codice Patetta, 1996), con la denominazione di Brusaporcho, si ritrova di nuovo un’ unica entità territoriale comprendente le due comunità citate.
L’esame dei toponimi menzionati nella descrizione dei confini, in relazione alla mappatura toponomastica consentita dalle fonti catastali, ha permesso di rilevare un alto grado di corrispondenza dell’entità territoriale e storica con la circoscrizione attuale.
Tale assetto territoriale perdura fin all’inizio del XIX secolo, anche se, inspiegabilmente, nella Legge per l’ Organizzazione del Dipartimento del Serio del 1798, il comune in parola non viene citato.

L’evoluzione del nominativo è stata la seguente: Bruggià-porco, Brusaporco, Brusa Porco, Brusaporcho, Brussaporcho, Brusaporro,ed infine Brusaporto.

Il territorio di Cavernago rivela evidenti tracce della centuriazione romana del periodo imperiale, epoca alla quale risale la colonizzazione della nostra pianura da parte di famiglie del centro e sud d’Italia. Il nome stesso dell’abitato è di origine prediale; deriva cioè dal nome del primo colono, Caprinius, proprietario di queste terre, da cui prese nome il Fundus Capriniacus, divenuto in seguito Capriniacum e poi Cavernacum.

I recenti scavi presso la cascina Alessandra (1978-1983) hanno messo in luce i resti di una grande villa rustica (fattoria) abitata dal I secolo avanti Cristo fin oltre il secolo IV dopo Cristo.

Già a fine Ottocento, poco distante da questa zona presso la cascina Bruciata, fu trovata una piccola necropoli di epoca imperiale, forse di pertinenza della vicina villa; altre tombe di epoca romana furono scoperte, sempre a fine Ottocento, nei pressi del mulino di Malpaga.

La dominazione dei Longobardi (anni 569-774) non ha lasciato tracce significative sul territorio di Cavernago; durante i primi secoli della loro dominazione, però, si completò la conversione al cristianesimo della popolazione rurale e dalle villae rusticae andarono sviluppandosi veri e propri villaggi. Attorno al IX-X secolo sull’attuale territorio comunale, oltre all’abitato di Cavernago, erano presenti altri due villaggi: Sorengo (o Surnico) tra Malpaga e la cascina Faetto, e Verobio (o Grobio) tra le cascine Canzona e Speranza all’incrocio (quadruvium) tra un decumano e un cardine della centuriazione romana.

Con l’avvento del Sacro Romano Impero e la nascita del feudalesimo (IX-XI secolo) si eressero castelli al centro dei grandi possedimenti feudali. Calcinate e Ghisalba ebbero un castello già nel X secolo. Sul finire del secolo XI i Canonici della cattedrale di S. Vincenzo di Bergamo, dopo aver acquisito le terre e il castello di Calcinate, entrarono in possesso anche dei terreni di Cavernago e vi eressero un castelletto, o meglio, una fattoria fortificata. La presenza di queste fortificazioni determinò lo spostamento accanto ad esse delle popolazioni dei villaggi rimasti privi di difesa: Sorengo e Verobio si spopolarono rapidamente e scomparvero nel giro di pochi decenni

I primi documenti scritti relativi al territorio di Cavernago sono conservati presso l’Archivio Capitolare della Curia di Bergamo: il più antico risale all’anno 879 e riguarda Verobio che aveva un oratorio intitolato a Santa Maria; Cavernago è citato in una pergamena dell’anno 971 e Sorengo in un’altra del 979. A quell’epoca Cavernago era considerato una contrada di Calcinate e Sorengo di Ghisalba.

Anche in epoca comunale (XII-XIV secolo) Cavernago fece parte integrante del comune rurale di Calcinate, godendo, però, di una certa autonomia. Un trattato del 1291 regolamentava i rapporti fiscali tra gli abitanti di Cavernago e il comune di Calcinate. In base a tale accordo gli abitanti di Cavernago venivano esonerati da ogni tassa e contribuzione a patto che pagassero al comune di Calcinate ogni anno a San Martino sette denari e mezzo per ognuno di loro.

Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo la potente famiglia dei Bedeschi, che dominava su Ghisalba e sulla sua pieve, fece erigere un castello nel territorio dello scomparso villaggio di Sorengo per controllare le importanti vie di comunicazione, che univano Bergamo a Cremona e Calcinate a Urgnano attraverso il guado della Basella. Il castello si chiamò “Malpaga” dal nome della campagna sulla quale fu eretto (col termine dialettale lombardo malpaga si indicava una terra di scarsa produttività agricola). Nei primi decenni del XIII secolo, in previsione della guerra tra Federico II e la seconda Lega lombarda, il castello di Malpaga con altri fortilizi di pianura fu ceduto al comune di Bergamo, che lo tenne fino alla sua vendita a Bartolomeo Colleoni.

La Repubblica di Venezia occupò Bergamo e la sua pianura nel 1428 dopo una lunga guerra con il Ducato di Milano. Uno dei principali protagonisti di questa guerra fu il capitano di ventura bergamasco Bartolomeo Colleoni che, dopo aver militato alternativamente in entrambi gli eserciti in lotta, nel 1454 passò definitivamente al servizio della Serenissima, che gli concesse in feudo i borghi di Romano, Martinengo, Ghisalba, Cologno, Urgnano, Calcinate, Mornico, Palosco e Solza

Nel 1456 il Capitano acquistò da Bergamo per 100 ducati d’oro le terre e il castello di Malpaga e diede subito inizio ai lavori di restauro e di ampliamento per trasformarlo in una splendida residenza rinascimentale circondata da un’ininterrotta cortina di edifici rustici per l’alloggiamento dei contadini e della guarnigione militare. Nel 1458 vi andò ad abitare con la sua corte anche se la famiglia continuò a risiedere ufficialmente nel palazzo di Martinengo (la cosiddetta “Casa del Capitano”). Qualche anno dopo, nel 1470, il Colleoni prese in affitto dai canonici di San Vincenzo le terre e il castelletto di Cavernago, che poi acquistò nel 1473. Subito dopo ottenne da Venezia la separazione di Malpaga e Cavernago dai rispettivi comuni di appartenenza, costituendoli in una nuova unità amministrativa. Negli stessi anni fece erigere ( o forse rifabbricare in forme più ampie) la chiesa di San Giovanni presso il castello di Malpaga, ottenenendo poi la sua erezione in parrocchia autonoma, impegnandosi per sé e per i suoi discendenti, a nominarvi e a mantenervi un sacerdote. Il Capitano migliorò notevolmente la produttività agricola delle sue proprietà, facendo scavare nuovi canali irrigui e aumentando la portata di quelli esistenti.

Morto il Colleoni il 2 novembre 1475 senza lasciare eredi maschi, il feudo ritornò sotto il diretto dominio di Venezia, fatta eccezione per i due castelli di Malpaga e Cavernago, che furono lasciati con il titolo di contea ai suoi eredi, i nipoti Alessandro, Giulio e Estore Martinengo figli di Ursina, che assunsero allora anche il cognome “Colleoni”.

Per oltre un secolo i discendenti del Capitano alternarono i loro soggiorni tra il castello di Malpaga e i loro palazzi cittadini di Bergamo e Brescia. Nel 1594, in seguito alla morte del conte Gherardo Martinengo Colleoni, il feudo fu diviso tra i due eredi: il figlio Estore e il fratello Francesco. A quest’ultimo toccarono le terre di Cavernago, Bettola e Canzona con i relativi edifici che, a quella data, risultavano abbandonati e quasi in rovina.

Si deve al conte Francesco Martinengo Colleoni, anch’egli valoroso capitano di ventura al servizio del Duca di Savoia, la completa ricostruzione del castelletto di Cavernago, che fu sostituito da un grandioso palazzo, che inglobò parte dell’edificio precedente. Il nuovo edificio fu completato nei primi anni del Seicento unitamente ad altri edifici rustici per l’alloggiamento dei contadini e della servitù. Nel 1605 lo stesso conte fece costruire di fronte al palazzo, e in asse con l’ingresso principale, la chiesa di San Marco come sussidiaria della parrocchiale di San Giovanni di Malpaga.

Gasparo Antonio, figlio di Francesco, per i meriti del padre ottenne dal Duca di Savoia il titolo di marchese, che trasmise ai suoi discendenti.

Nel 1746, in seguito alla morte senza eredi maschi del marchese Pietro Martinengo Colleoni, il feudo di Cavernago fu nuovamente riunito a quello di Malpaga.

La caduta della Repubblica di Venezia in seguito all’occupazione napoleonica del 1797, mise fine al feudo, ma i Martinengo Colleoni mantennero tutte le loro proprietà grazie al conte Gio Estore, che aderì prontamente al nuovo regime.

Nel 1799 lo stesso conte Gio Estore fece predisporre dall’architetto bresciano Vincenzo Berenzi un progetto di completa ristrutturazione del castello di Cavernago e delle sue quattro facciate. Fortunatamente il progetto non fu realizzato e l’antico edificio è giunto fino a noi nella sua caratteristica struttura tardo-rinascimentale.

Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1814 i conti Martinengo Colleoni riuscirono nuovamente a mantere tutte le loro proprietà di Malpaga e Cavernago anche sotto la dominazione austriaca del Regno Lombardo Veneto. I due piccoli centri furono riuniti in un solo comune, che aveva sede in Cavernago, mentre la sede parrocchiale rimase a Malpaga.

Nel 1848 il conte Pietro vendette il castello e le terre di Malpaga alla famiglia Roncalli, mentre le proprietà di Cavernago rimasero al conte Venceslao, che morì senza eredi nel 1885.

Nel 1961, alla proclamazione del Regno d’Italia, il comune di Cavernago aveva 737 abitanti, più doppio di quanti ne contava nei secoli XVI e XVII.

Nel 1951 la popolazione assommava a 981 anime, scese a 702 nel 1971 in seguito all’emigrazione della popolazione rurale verso i centri industriali. La vicinanza a Bergamo e una notevole attività edilizia, che negli ultimi decenni ha creato addirittura un nuovo centro abitato equidistante dai due storici castelli, hanno favorito una massiccia immigrazione di famiglie dai paesi vicini e dalla stessa città: nel 1991 la popolazione di Cavernago toccava i 1268 abitanti e ha continuato ad aumentare fino a raggiungere gli attuali 2550.

Il comune di Costa di Mezzate si trova a 219 metri sul livello del mare e dista 11 Km da Bergamo. Il paese si trova allo sbocco della val Cavallina, dove l’ultimo tratto di pianura si spezza in dolci ondulazioni, la maggior parte delle quali è rappresentata da un’altura di 371 m, situata in posizione isolata rispetto alle altre, che si allineano parallelamente al piano come propaggini delle Orobie.
Dalle pendici è possibile dominare l’accesso della Valle Cavallina, importante via di comunicazione sin dai tempi più remoti.
La vallata fu percorsa da popolazioni preistoriche, tracce di presenza umana nella zona della val Cavallina si hanno fin dalla preistoria. Dai reperti archeologici ritrovati negli ultimi secoli, si può desumere che gli antichi abitanti, inizialmente trogloditi (abitanti di caverne dediti alla caccia e alla pesca), si siano trasformati in coltivatori dei terreni che progressivamente venivano bonificati dal prosciugamento di zone paludose.
Per il nostro paese sono particolarmente significativi i cosiddetti “bronzi di Costa”, tre scalpelli risalenti al XVII sec. a.C., ritrovati nel 1889 in un campo di proprietà del conte G.B. Camozzi e ora conservati presso il Civico Museo Archeologico di Bergamo.
Con il proseguire dei secoli, varie tribù si stabilirono sul territorio bergamasco fino al 196 a.C., quando la città di Bergamo passò sotto il dominio romano e la struttura socio – economica dell’impero s’impose, senza troppe difficoltà peraltro, su tutta la zona.
Al contrario, la caduta dell’impero romano d’occidente portò un notevole sconvolgimento in tutte le popolazioni. Infatti, oltre alle violenze e ai saccheggi, i longobardi che si stanziarono a Bergamo imposero un sistema economico chiuso in cui ogni centro abitato doveva essere autosufficiente. Questo ebbe conseguenze anche dal punto di vista architettonico perché il proprietario doveva avere vicino alla sua dimora i magazzini, le stalle, i fienili e tutto quanto serviva. Da qui sono nate le corti, di cui ci sono ancora degli ottimi esempi in tutta la bergamasca e nel nostro paese, solo per citarne alcune, la cascina Camozzi – Vertova e la Tinera di proprietà Gout – Ponti.
Da atti di permuta di terreni risalenti al 997 d.C. è possibile capire l’organizzazione territoriale dell’epoca. In quel periodo vi erano tre villaggi denominati Mezzate (in questo momento nel comune di Bagnatica), Cu (attorno alla chiesa di S. Giorgio), e Foppa (il quartiere Cornella di Montello) nati dal trasferimento di notabili longobardi dal centro di Bergamo.
Per questo motivo è comprensibile il fatto che, già prima dell’anno mille ci fosse una chiesa più piccola dell’attuale ma d’identica localizzazione, dedicata a S. Giorgio martire.
Dell’anno 1251, invece, è la pergamena, custodita presso la Curia Vescovile di Bergamo, in cui i villaggi di Foppa, Lantro e Mezzate sono identificati con la nuova denominazione “La Costa “ ovvero “Costa di Mezzate”. Questa data può essere assunta come “inizio” della nostra comunità, anche se lungo i secoli, i confini sono mutati molte volte a seguito di fusioni e di scissioni.
La storia del paese s’identifica in gran parte con le vicende del suo castello, che oggi è la costruzione meglio conservata di quei tempi.
Le sue mura con le trasformazioni avvenute, le aggiunte apportate, testimoniano le fasi di un’epoca durata 1500 anni, da quando i romani decisero di costruire in cima al colle alto, per motivi di avvistamento, una struttura di cui oggi non rimane che una torre.
Il castello Camozzi Vertova sorge in posizione appena elevata sul borgo agricolo; un vasto complesso di costruzioni sorto in varie riprese tra il 1000 e il 1170.
Il castello ha origini antichissime, addirittura si dice altomedioevali, ma la sua esistenza è accertata solo dall’anno 1160.
Nelle immediate vicinanze del castello, addossata al lato nord, sorge la chiesetta del XVI secolo che custodisce le lapidi sepolcrali della nobile famiglia e qui fu collocato l’altare della cappella che i Vertova possedevano nella chiesa di S. Agostino a Bergamo, da dove fu rimosso quando i decreti napoleonici decisero la soppressione dell’antico convento degli agostiniani.
In posizione sottostante rispetto al castello si trova il Palazzo Gout. Questa struttura fu edificata nel XVIII secolo e subì notevoli variazioni nel corso del tempo fino alla situazione attuale che rispecchia un gusto tipicamente settecentesco.
Il palazzo ha una pianta a forma di poligono irregolare con un piccolo cortile interno posto a una quota corrispondente al primo piano. L’edificio è suddiviso in due aree distinte: la prima destinata all’uso nobiliare da cui si accede dall’ingresso principale e la seconda in prevalenza di servizio con ingresso a nord-est.
L’ala padronale si sviluppa su tre piani serviti da due scale. L’ingresso principale è posto a sud dell’edificio e presenta un bel portale del XVIII secolo con ricca cornice in pietra di Sarnico, sormontato dallo stemma della trecentesca famiglia ghibellina dei nobili Zoppi, antichi proprietari della dimora, fiancheggiato da due figure scultoree. Un elegante scalone a due rampe con balaustra e gradini in pietra di Credaro conduce ai piani superiori. La grande parete al primo piano, prospiciente la scala, è interamente affrescata e nella parte centrale è visibile una raffigurazione a carattere esoterico in cui è possibile leggervi un elemento zodiacale (capricorno) databile XVIII secolo.
Il salone principale è a pianta rettangolare ed è completamente affrescato da raffigurazioni di elementi architettonici che creano effetti prospettici. Sono inoltre rappresentati, tra le architetture, elementi raffigurativi quali statue, vasi e motivi floreali. A destra, sulla stessa parete, si accede a un piccolo vano (Cappella dei SS. Domno, Domeone ed Eusebia martiri) interamente decorato con stucchi in bassorilievo raffiguranti elementi figurativi e naturalistici allegorici.
Una nicchia accoglie, sulla sinistra, una coppa di marmo che raccoglie l’acqua che fluisce dalla bocca di un elemento figurativo posto sulla parete. Di fronte alla fontana è incastonato fra gli stucchi, che ne descrivono la cornice, uno specchio d’epoca. Assai interessante è lo stucco del soffitto raffigurante un viso raggiante circondato di fronde d’ulivo e colombe. Nella prima saletta spicca un bellissimo soffitto affrescato con motivi architettonici e floreali, tipici settecenteschi, sia per la ricchezza dei particolari, sia per i valori cromatici. Nella saletta adiacente, le pareti sono interamente affrescate con paesaggi nel cui sfondo sono costantemente inseriti elementi architettonici.
La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Giorgio, è situata al piano. Innalzata nel 1510 per volere del conte Martino Vertova, fu consacrata nel 1528 e nel secolo scorso vi furono compiuti restauri e ampliamenti; nel 1924 fu rinnovata la facciata e un altro importante intervento fu portato a termine tra il 1960 e il 1962 con abbellimenti, nuove decorazioni e affreschi. Oltre agli interessanti altari con medaglie fantoniane (1742) sono visibili all’interno: due tele di Enea Talpino detto il Salmeggia e la pala di San Giorgio al centro dell’abside di Giacomo Trecourt (1850). Della bottega del Fantoni è la statua di Cristo deposto dalla croce mentre in sacrestia è conservato un armadio con ricca decorazione settecentesca.

Grassobbio (Grahòbe o Grassòbe in dialetto bergamasco) è un comune italiano di 6.402 abitanti della provincia di Bergamo, in Lombardia. Situato sulla destra orografica del fiume Serio, si trova a circa 8,5 chilometri a sud-est dal capoluogo orobico.
Il territorio del comune di Grassobbio confina a nord e ad est con Seriate, a sud-est con Cavernago, a sud e ad ovest con Zanica e a nord-ovest con Orio Al Serio

Storia
Le origini di questo paese risalgono all’epoca romana, quando vennero insediati piccoli accampamenti considerati luoghi di avvistamento nonché avamposti difensivi della parte meridionale della città di Bergamo. A suffragare questa ipotesi vi sono alcuni ritrovamenti di lapidi ed iscrizioni funerarie, che lasciano intendere che questo insediamento fosse interessato dal passaggio di una via che metteva in comunicazione la pianura bergamasca con la val Seriana, passante per Bergamo, meta di molti lavoratori di Grassobbio del tempo.
Al termine della dominazione romana si pensa che Grassobbio abbia attraversato una fase di spopolamento, come si evince dall’assoluta mancanza di reperti e di riferimenti scritti. Il primo documento che ne attesta l’esistenza risale addirittura al 1186, quando fu menzionata in un atto redatto per conto dell’imperatore Federico Barbarossa.
Fu in questo periodo medievale che il borgo venne interessato da un consistente sviluppo abitativo e demografico, favorito dalle migliorate condizioni economiche. Tuttavia in ambito sociale e politico venne investito dalle lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, che imperversavano in quasi tutta la provincia. A tal proposito dovette dotarsi di edifici fortificati, tra cui un castello, volti alla difesa del territorio e degli abitanti. La situazione ritornò alla normalità soltanto all’inizio del XV secolo, quando irruppe la Repubblica di Venezia che, grazie ad una serie di interventi mirati, riuscì a ristabilire un equilibrio sociale ponendo fine alle lotte e a risollevare l’economia, favorendo lo sviluppo agricolo, base della stessa.
Tuttavia la popolazione visse ancora momenti di grande difficoltà, tra cui alcune epidemie di peste (la più devastante nel XVII secolo), carestie e straripamenti del fiume Serio, che distrussero parte del centro abitato nel 1646 e nel 1920.
I secoli successivi videro l’arrivo della dominazione francese al termine del XVIII secolo, a cui poi subentrarono gli austriaci, per poi passare definitivamente al Regno d’Italia nel 1859, senza che nel paese di Grassobbio avvenissero episodi di rilevanza politica.
Soltanto a partire dalla seconda metà del XX secolo il territorio comunale vide una progressiva trasformazione economica, che lo portò ad abbandonare l’anima rurale che lo aveva contraddistinto per secoli, per trasformarsi in un piccolo centro industriale, a cui margini sorge l’aeroporto “Il Caravaggio” di Orio al Serio, con un grande sviluppo demografico, edilizio ed industriale.

Montello (Montèl in dialetto bergamasco) è un comune italiano di 3.320 abitanti della provincia di Bergamo in Lombardia.

Distante circa 11 chilometri a est dal capoluogo orobico, è posto all’imbocco della val Cavallina. È fra i comuni d’Italia con la minor superficie di territorio, solo 1,74 km².

Etimologia
Il paese deve il suo nome, com’è facilmente immaginabile, al piccolo colle (montello ossia “monticello”, appunto) che s’innalza alle spalle del centro abitato.

Sul territorio comunale sono stati ritrovati oggetti, tra cui un’ascia di bronzo, di origine preistorica, a cui non è stato possibile dare un’esatta datazione.

Il periodo più importante per questo piccolo paese fu indubbiamente il medioevo: numerose sono infatti le costruzioni risalenti a quel periodo, prima fra tutte l’intera struttura del nucleo storico, con costruzioni ravvicinate in pietra e vie molto strette.

Esistono parecchi ruderi, tra cui quelli del castello di proprietà della famiglia Suardi, che aveva il pieno dominio dell’intera zona, posto in località Monticelli-Brusati.

Il paese, inizialmente chiamato Monticelli di Borgogna, nel 1927 venne accorpato al vicino Costa di Mezzate, diventando Costa di Monticelli. L’autonomia comunale venne riacquisita nel 1955, e nel 1962 assunse l’attuale denominazione di Montello.

Il territorio è inoltre solcato dal corso del torrente Zerra che, unito alle acque della roggia Borgogna (costruita nel 1473 dal condottiero Bartolomeo Colleoni), permette di soddisfare le esigenze idriche della pianura occidentale bergamasca.

Esistono almeno tre interpretazioni che spiegano l’origine del toponimo di Pedrengo:
secondo una prima ipotesi l’antica denominazione del paese sarebbe stata “Petrignus”, ovvero terra di Pietro; secondo un’altra ipotesi, invece, il nome deriverebbe da “Patringum”; infine secondo altri il toponimo troverebbe le sue origini in “Petrengum” o “Petrignum”, da pietra, perchè l’antico borgo di origine romana sorgeva in una petraia (probabilmente in quello che doveva essere il letto di un fiume ormai prosciugato o i resti di un ghiacciaio che scendeva dalla Valle Seriana).

L’esistenza di Pedrengo è attestata per la prima volta in un documento del IX secolo, mentre in un atto del X secolo si fa espressamente riferimento alla “Basilica di S. Evasio in vico Petrigno”.
Nel XIV secolo il paese fu sconvolto dalle lotte fra guelfi (filo-papali) e ghibellini (filo-imperiali), che comportarono la distruzione delle proprietà dei ghibellini Mazzo da Soiardi e Giovanni da Sale nel 1383. Tuttavia il dominio guelfo durò fino al 1405, quando un esercito ghibellino li cacciò dal paese. Verso la metà del XV secolo Pedrengo passò sotto al dominio della Repubblica di Venezia, la quale concesse al paese insieme ad altri limitrofi “l’esclusione da carichi, balzelli ed oneri” per il valore dimostrato nel difendere la bastia di Scanzo.

Nonostante la relativa quiete che garantì il dominio veneziano, nel XVI secolo il paese fu sconvolto da un’epidemia di peste che decimò la popolazione ed impedì le normali attività sociali e commerciali.
A causa dei molti deceduti in poco tempo il lavoro dei campi ridusse notevolmente la sua produttività, così che l’agricoltura fu seriamente danneggiata e numerose famiglie sopravissute alla peste morirono per l’assenza di cibo.
Alla fine del XVII secolo, va notato che la parrocchia di Torre de’ Roveri si distaccò da Pedrengo.
Durante i secoli 1700 e 1800 furono costruite grandi ville sul territorio di Pedrengo, visibili ancora oggi.
In seguito alla caduta della Repubblica Serenissima, le regioni della Lombardia e del Veneto vennero unificate dagli austriaci, che le governarono sino all’annessione al Regno d’Italia.

Superficie: 11 kmq

Altitudine: min mt 279 slm; max mt 686 slm

Prefisso telefonico: 035

C.A.P.: 24020

Distanza media da Bergamo: 6 km

Popolazione: 10.200

Confini: a ovest con il fiume Serio e Comuni di Ranica, Gorle e Villa di Serio; a sud con il Comune di Pedrengo e Torre dè Roveri; a nord Nembro e Pradalunga; a est con Cenate Sopra e Cenate Sotto.

Frazioni: Scanzo capoluogo, Rosciate, Negrone, Tribulina, Gavarno Vescovado.

Situata a circa 6 km da Bergamo, si estende su un territorio collinare che parte dalle colline della zona di Gavarno Vescovado alla piana sulla sponda del Serio a est di Bergamo. In particolare Scanzo si è sviluppato ad ovest della roggia Borgogna; ad est si estendono le frazioni di Rosciate, Negrone, Tribulina e Gavarno Vescovado. A Scanzorosciate si può arrivare dall’Autostrada A4 Milano-Venezia, uscendo dal casello di Bergamo o di Seriate.

Storia
Intorno al 400 a.C. il popolo dei Celti si insediò nel territorio di Scanzo e nelle zone limitrofe formando delle piccole comunità.
Sull’origine del borgo di Rosciate vi sono differenti teorie: per alcuni è di origine celtica, come anche il nome, per altri è di origine gentilizia.
Scanzo è di origine romana. Infatti nel terzo secolo a.C. la popolazione celtica iniziò a subire la pressione dei romani che estendevano i loro domini dal sud verso il nord della penisola, consolidando con il tempo la supremazia sul territorio e organizzandosi dal punto di vista politico.

Nel V secolo l’Impero di Occidente subì l’invasione dei barbari di Alarico.
Il borgo romano di Scanzorosciate fu completamente distrutto e gli abitanti si rifugiarono nella rocca sul Monte Bastia: non esiste alcun documento in base al quale stabilire per quanto tempo gli abitanti di Scanzo vissero nella rocca, ma è certo che , nel VII secolo, Scanzo divenne un’ entità autonoma.
Nel 568 con la discesa del popolo longobardo in Italia gli abitanti di Scanzo lasciarono il Monte Bastia per insediarsi in una nuova zona pianeggiante, dove fondarono un nuovo borgo.
Nei secoli XI-XII si affermò quale ordinamento politico il Comune, istituzione che nei due secoli successivi lasciò il posto alla Signoria: in tale periodo il territorio di Scanzo e dei paesi vicini fu teatro di aspre lotte tra Guelfi e Ghibellini, contrapposizione che mascherava interessi all’interno delle città e dei paesi.
Nei secoli XV e XVI il territorio venne occupato dalla Repubblica di Venezia. Durante tale periodo si diffusero, accanto all’attività agricola, attività diversequali l’artigianato e l’esercizio delle libere professioni.
Verso la fine del 1600 si verificarono nel territorio nel territorio bergamasco un’epidemia di peste ed una carestia di gravi proporzioni. Dopo anni di sofferenze e di fame iniziò la rinascita con un cambiamento del sistema agrario che ebbe ripercussioni anche sul territorio di Scanzo.
Accanto alla coltivazione della vite vennero introdotte nuove colture (mais, gelso) che consentirono un miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti.
Nel 1659 Scanzo e Rosciate si divisero amministrativamente e così rimasero fino al 1927.
Nel 1796 la discesa di Napoleone in Italia comportò la fine del dominio veneziano;Bergamo e la provincia entrarono a far parte della Repubblica Cisalpina.
Con il Congresso di Vienna del 1815 la Lombardia fu inserita nell’Impero Austriaco ed infine, dopo la seconda guerra di Indipendenza, nel Regno d’Italia.
Nel 1864 a Scanzo il conte Piccinelli iniziò i primi esperimenti per la produzione del cemento compiendo i primi passi che portarono alla creazione dell’industria
Italcementi.
Con tale iniziativa si avviò anche la trasformazione dell’economia del territorio da agricola ad industriale.

L’attuale comune e la parrocchia di Torre de’ Roveri sono nati in seguito a due successivi smembramenti del vecchio territorio pedrenghese.

Nel 1699 avvenne il primo scorporo dietro richiesta degli abitanti di quella zona, “la Contrada della Torre e il Colle d’Argon”, che volevano formare una loro parrocchia, poichè si sentivano troppo isolati e desideravano l’assidua presenza di un sacerdote.

La voglia di secessione era presente già da tempo: “… Pedrengo; …Ha una contrada detta dei Rovari i quali godono i comunali col comune et sotto l’istesso consolato ma non vogliono pagar le gravezze…” (dalla Relazione di Zuanne da Lezze del 1596, già citata).

Questa esigenza divenne sempre più viva nella popolazione, da quando Don Francesco Agazzi, per ordine del Vescovo, vi si recava per l’insegnamento della Dottrina e per le celebrazioni religiose, negli anni compresi tra il 1657 e il 1661. La parrocchia, istituita nel gennaio del 1699 con il nome di “Chiesa di S. Gerolamo”, nacque dall’unione del primitivo “Oratorio di S. Gerolamo” della contrada della Torre (dove erano più frequenti le celebrazioni liturgiche), con l’Oratorio di S. Cristoforo” del Colle d’Argon. Il primo parroco, don Teodoro Ranzanici, fu eletto direttamente dagli “… uomini et abitanti della Contada…”.

Al privilegio di scegliersi il proprio parroco, gli abitan Borgogna, situato in territorio pedrenghese, si stabiliva quanto segue: “… pur rimanendo ancora in territorio del Comune di Pedrengo sarà dato in uso perpetuo al comune di Torre de’ Roveri, il quale provvederà di conseguenza alla relativa manutenzione…”. La roggia e il ponte ora sono proprietà demaniali e la manutenzione viene eseguita dall’Amministrazione della Provincia di Bergamo, ma in quel periodo erano ancora “proprietà del principe Giovanelli”, che provvedeva alla relativa manutenzione. Qualche problema era invece sorto a riguardo del “Progetto di separazione patrimoniale”, ma si giunse ad un accordo.

Il nostro Comune avrebbe versato a quello di Torre de’ Roveri la: “somma di £ 15.000 (quindicimila) da corrispondere in tre rate annuali e, senzainteressi…”. L’aggregazione delle due frazioni Brugali e Pitturello al Comune di Torre de’ Roveri, faceva parte di un ampio progetto a livello statale. Infatti è dello stesso anno anche l’unificazione dei Comuni di Scanzo e di Rosciate, che erano divisi dal 1659. Sempre nel 1927 anche il Vescovo di Bergamo, Luigi Maria Marelli, decretavati di Torre hanno rinunciato solo nel 1997. All’inizio del ventesimo secolo venne costruita la Chiesa nuova, che consacrata, nel 1905, dal Vescovo Radini Tedeschi, venne dedicata a S. Gerolamo e alla Natività di Maria.

Nel 1927 avvenne il secondo stralcio. Le frazioni “Brugali e Pitturello”, situate nel territorio compreso tra i due ponti, “ol pùt dè la Zèra e dè la Seriòla” (i ponti del torrente Zerra e della roggia Borgogna), in seguitoad un “decreto governativo”, furono separate dal nostro paese e passarono definitivamnete al Comune di Torre de’ Roveri. Un documento (Archivio comunale di Pedrengo) attesta le modalità del passaggio. Una commissione, costituita da tre rappresentanti del Comune di Pedrengo e da tre rappresentanti dei Brugali-Pitturello per il Comune di Torre de’ Roveri e dai rispettivi Podestà, doveva esaminare l’operato dei periti, che avevano stilato il progetto di “Delimitazione territoriale e di separazione patrimoniale”. La linea mediana della Roggia Borgogna fissava il confine dei due Comuni.

Ma sull’abbeveratoio, in prossimità del ponte sulla che le suddette frazioni facessero parte della parrocchia di Torre.

Alcune note lessicali, topografiche, storiche, sulle frazioni suddette. Il nome Brugali è connesso al termine dialettale “brùc” che corrisponde a “brugo”. Brugo è il tipo di erica selvatica che ha l’arbusto sempreverde, un breve tronco con rami a cespuglio, adagiati al terreno, e fiori rossastri in lunghi grappoli. “O’l brùc” si usava per fare le scope. Le “cassìne ai Brugài” indicate sulla Carta topografica di Pedrengo del secolo scorso con il nome “Brugali” e “Brugali di Sotto”, erano ubicate poco distanti dalla Borgogna che, in loco viene ancora chiamata semplicemente “la seriòla”.

Il “Pitturello” è la zona al quadrivio delle strade per Albano, Negrone, Pedrengo, Torre. Questa frazione nacque all’inizio del 1800 quando Pietro Barbetta, proprietario dei terreni circostanti, vi costruì dapprima la sua casa, poi quella dei figli e dei nipoti via via che la famiglia cresceva. La frazione aveva anche la sua chiesetta dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, posta su un angolo del quadrivio.

Testo tratto da documentazione presso Biblioteca Comunale.

AMBITO DI GRUMELLO DEL MONTE

L’Ambito territoriale di Grumello del Monte è composto da otto comuni (Bolgare, Calcinate, Castelli Calepio, Chiuduno, Grumello del Monte, Mornico al Serio, Palosco e Telgate) collocati a sud est della provincia di Bergamo; al 31.12.2010 contava 48.358 abitanti (per un totale di 18.202 famiglie), con una densità demografica di 644,43 abitanti per km quadrato, superiore a quella media provinciale (403,52 ab/kmq)

In tutti i comuni dell’Ambito l’incidenza percentuale della presenza straniera è superiore alla media provinciale: si parte dall’11,20 % del comune di Palosco per arrivare al 25,31 % del comune di Telgate. Fonte di attrazione delle persone immigrate, nonostante il periodo attuale di crisi, è sicuramente la significativa realtà produttiva presente complessivamente nel nostro Ambito.

Il basso indice di vecchiaia e di carico sociale e allo stesso tempo il buon indice di lavoro e di popolazione attiva confermano come elemento centrale del territorio, la presenza di una popolazione più giovane delle medie provinciali, regionali e nazionali.

IL PRESIDENTE: STEFANO LOCATELLI

Sono Stefano Locatelli, Presidente dell’Ambito territoriale di Grumello del Monte. Invecchiando s’impara  consente ai nostri comuni di avvicinare i cittadini che, per motivi diversi, pensano in anticipo al proprio futuro o che sono impegnati, nel presente, nella cura di un proprio familiare. Unire prevenzione e sostegno di fronte ai problemi che la vita ci può riservare credo sia l’atteggiamento giusto da avere e che il progetto ci garantisce con le sue molteplici azioni. Sono convinto che quanto sperimenteremo nei prossimi due anni ci consentirà di mettere a regime una politica attenta a quanto le persone si aspettano da chi le amministra.

I COMUNI DELL’AMBITO DI GRUMELLO DEL MONTE

Il Comune di Bolgare si estende per 8,4 kmq a sud delle propaggini collinari appartenenti al complesso cretaceo della bergamasca nella piana compresa fra i fiumi Oglio e Serio ad altitudini sul livello del mare variabili da m. 165,00 a m. 215,00.

Il suo territorio è solcato da nord a sud dal fiume Cherio, che attraversa per intero il centro abitato, ed è percorso dalle strade provinciali n° 87 proveniente da Telgate e n°89 proveniente da Gorlago. Il confine ha la forma di un rombo irregolare asimmetrico allungato in direzione nord-sud con la diagonale maggiore pari a circa 5,8 km. e quella minore pari a circa 3,7 km.

Il territorio comunale confina a nord con i comuni di Gorlago e Carobbio degli Angeli, a nord-ovest con Costa di Mezzate, ad ovest con Calcinate, a sud con Palosco ed ad est con Telgate e Chiuduno. La distanza in linea d’aria dai principali centri urbani del settore geografico in cui risulta inserito è di circa 17,00 km. da Bergamo, 5,1 km da Grumello del Monte e 7,7 km. da Martinengo.

La distanza dal fiume Serio è di circa 5,5 km., mentre dal fiume Oglio la distanza risulta di poco superiore a 7,5 km..

Il Comune di Bolgare è percorso nella sua parte settentrionale da est ad ovest dall’autostrada A4 Milano-Brescia sulla quale si affacciano principalmente gli insediamenti produttivi.

La “Bolgare” attuale nasce all’incirca nei primi anni sessanta, gli anni della ricostruzione e del boom economico. Agricola per tradizione, vide sul finire dello scorso secolo il nascere di complessi industriali: le fabbriche di bottoni rappresentano il grosso delle attività. Nonostante questo la domanda di lavoro è più forte dell’ offerta ed è quindi causa di pendolarismo, che vede. meta preferita dei lavoratori, fino agli anni 90′, la Sesto San Giovanni storica, dal punto di vista delle grandi aziende.

In quegli anni nacquero, dal nulla, nuovi quartieri dapprima lungo gli assi stradali e poi a macchia d’olio e con l’incremento abitativo sorse anche l’esigenza di avere servizi a supporto della vita del territorio. Quest’ esigenza ha accompagnato Bolgare nei decenni successivi nei quali si è cercato di rendere il paese, un paese che vive a metà strada tra Bergamo e Brescia, prossima al confine provinciale di queste, ma non è periferia dormitorio.

Bolgare è oggi un Comune a medio bassa industrializzazione, specializzata nel comparto manifatturiero e delle costruzioni, caratterizzato da imprese di piccole dimensioni. Interessante è anche il settore terziario, legato alla presenza di servizi pubblici (Comune, Scuole, Poste) proporzionale al peso demografico del paese. Fra interventi attuati ed altri in fase di realizzazione Bolgare è dotata di scuole, dall’asilo nido alle medie inferiori, biblioteca e centro culturale, impianti sportivi, aree verdi attrezzate, centro diurni per anziani.

Attraverso risorse proprie ed in collaborazione con quelle del proprio territorio, il Comune garantisce servizi e promuove attività ed iniziative per tutte le fasce d’età.

Le tracce archeologiche relative alle popolazioni che abitarono la nostra zona in epoca preistorica sono piuttosto scarse: una tomba in territorio di Cologno, forse appartenente all’antico popolo dei Liguri; la terramara presso la Cascina Castellaro di Urago; qualche oggetto di fattura etrusca in alcune tombe di Arzago, Fornovo S.G., Ricengo e Coccaglio ecc.
I galli (o Celti) giunsero nella pianura padana nel V secolo a.C. A loro si deve la fondazione di Milano e di molte altre città lombarde tra cui Bergamo e Brescia.
La lunga dominazione romana, iniziata nel III secolo a.C., non cancellò del tutto le tracce della civiltà e della cultura celtica che sopravvissero ancora per secoli accanto a quelle romane. Pare che siano di origine gallica i nomi delle località con suffisso in ‘duno’ (Comenduno, Chiuduno, Monduno, ecc.) in ‘ate’ (Calcinate, Seriate, Brembate, Girrate, ecc.).
Nomi di personaggi di stirpe gallica compaiono in alcune lapidi del periodo romano rinvenute a Bolgare e a Cortenuova.
Pare che anche l’amministrazione romana dei ‘pagi’ e dei ‘vici’ abbia fondamentalmente rispettato il preesistente ordinamento celtico.
Molte divinità della religione ufficiale romana, cui erano dedicati templi e lapidi nel nostro territorio, mascheravano probabilmente antichi culti celtici.
Bergamo fu conquistata dai Romani nel 225 a.C. e le fu riconosciuto lo status di ‘Municipium’. Nell’89 a.C. i nuovi conquistatori procedettero ad un primo tentativo di centuriazione del territorio pianeggiante per distribuirlo ai coloni provenienti dal centro dell’Italia.
Una più ampia e definitiva opera di centuriazione fu effettuata nel I secolo d.C. e di essa rimangono evidentissime tracce anche sul territorio di Calcinate. L’opera di centuriazione consisteva nella suddivisione del territorio in appezzamenti quadrangolari, uguali tra loro, di circa 700 metri di lato, delimitati da strade e da canali di irrigazione. Le strade che avevano orientamento N/NO-S/SE erano denominate ‘cardines’, quelle che avevano orientamento O/SOE/NE erano chiamate ‘decumani’. Queste antiche delimitazioni hanno influenzato tutti i successivi frazionamenti delleproprietà fino alle moderne divisioni catastali. Anche molte delle attuali strade del nostro territorio ricalcano il percorsodi antichi ‘cardines’ e ‘decumani’.

Il comune (insieme di 4 paesi) è situato pochi chilometri a sud del Lago d’Iseo sulla sponda bergamasca del Fiume Oglio nella zona chiamata Valcalepio (dove si produce l’omonimo vino DOC). La distanza dal capoluogo di provincia è di circa 20 chilometri ad est. Il suo territorio è caratterizzato a nord dalle propaggini meridionali delle alture del Sebino che degradano verso sud nell’alta pianura fiancheggiata dal fiume Oglio.

Il primo nucleo abitato di Calepio era conosciuto sicuramente già al tempo dei Romani e risalgono all’Alto Medioevo, precisamente nel periodo carolingio, i primi documenti con riferimenti ad un Vico Castro Calepio e a Taliuno, dove, sempre in questo periodo vennero costruiti i due castelli: quello di Tagliuno dai conti Marenzi e quello di Calepio dai conti omonimi.Il primo nucleo abitato di Calepio era conosciuto sicuramente già al tempo dei Romani e risalgono all’Alto Medioevo, precisamente nel periodo carolingio, i primi documenti con riferimenti ad un Vico Castro Calepio e a Taliuno, dove, sempre in questo periodo vennero costruiti i due castelli: quello di Tagliuno dai conti Marenzi e quello di Calepio dai conti omonimi.

Il toponimo di Castelli Calepio è relativamente recente, risale infatti al 1927, anno in cui ci fu l’accorpamento dei paesi di Tagliuno e Calepio con le frazioni in un unico comune. Di lontanissima origine è invece il nome antico, sembra che il nome Calepio derivi dal greco Kalon (bello, buono) ed èpion, interpretato come terra del buon vino.

Il vecchio borgo medievale di Calepio è dominato dal castello originariamente costruito intorno all’anno 1000 dai feudatari del posto che dall’anno 1240 iniziarono a chiamarsi Conti di Calepio. Il castello venne poi ricostruito nel 1430 e vide le gesta del condottiero Trussardo da Calepio che, nella guerra tra i milanesi e i veneziani, scelse di allearsi con la Repubblica di Venezia sconfiggendo le truppe Viscontee. L’appoggio a Venezia fece guadagnare alla casata il decreto ducale del feudo su tutta la valle, rinnovato poi con un altro decreto nel 1662. Un famoso discendente di Trussardo fu Ambrogio da Calepio che elaborò il primo dizionario multilingue detto appunto “Calepino” del 1502.
Un altro personaggio storico da ricordare è il cantante lirico di Tagliuno Ignazio Marini coetaneo di Giuseppe Verdi e molto stimato dal compositore che lo volle come interprete di molte sue opere.

Il comune di Chiuduno sorge alle pendici meridionali del monte di Santo Stefano, a 218 metri sul livello del mare. E’ un centro agricolo e industriale. Sul territorio sono stanziate fabbriche di bottoni e aziende agricole produttrici di vino di buona qualità.

Il nome di Chiuduno, secondo alcuni storici, deriverebbe da “Claudun”, di origine gallica, in seguito trasformato in “Claudunum” durante la dominazione romana. Secondo il Rota (Origine di Bergamo, lib. III) “dun” è un’espressione che nel linguaggio gallico significa “colle o monte”; nella Gallia oltremontana si hanno infatti numerosi esempi di città situate in luoghi elevati i cui nomi finivano in “dun”, che poi i latini modificarono in “dunum”.
Per tali motivi si ritiene che Chiuduno abbia origini antichissime in quanto i galli popolarono questo territorio ben sei secoli prima di Cristo.

Attraverso Chiuduno passava la strada per Brescia il cui tracciato, già prima del Mille, aveva abbandonato quello dell’antica strada romana per spostarsi dal fondo valle verso luoghi più elevati, in corrispondenza delle prime propaggini collinari.

Accanto alla Chiesa Parrocchiale, sorge un imponente campanile, eretto tutto in pietra squadrata dal 1745 al 1755.
Di grande interesse e caratteristico è il complesso di edifici rustici con chiesetta in Valle del Fico, uno splendido anfiteatro naturale, ancor oggi caratterizzato dalla presenza di boschi e colture agricole. In località Monte di Chiuduno sorge la cascina Suardo, risalente al secolo XVI, con mura in pietra viva, ristrutturata recentemente e sede di un’azienda vitivinicola.

Tra gli edifici di maggior pregio architettonico figurano Palazzo Suardo di Cicola, del XVIII secolo, con pianta ad U, portico e loggiati, al quale è adossato il rustico che ingloba le vestigia del fortilizio medievale ; ed i palazzi Ortensia (XIX secolo), Brugali (XVII – XVIII secolo) e Goltara (ex fortificazione medievale, secolo XIX).

E donde il nome di Grumello?

Nel testamento del Cardo Guglielmo Longo, morto in Avignone l’anno 1319 si legge: Grumulus Boldesici, ma più spesso, nei secoli posteriori, è detto: Grumulus a Monte.

Il prevosto Longhi (Memoria dell’Archivio Parrocchiale) considerando che al Grumulus dei latini corrisponde grumo, coagulamento, deriva un tal nome dalla natura del terreno grumoso circostante. Induzione tutta sua, anzi bizzarra; perchè Grumus vale piccolo monte, promontorio, postura elevata. Gromulus o Grumulus ne è il diminutivo. Anche altrove l’abbiamo per altura: Gromo in città, Gromo in Valseriana e Gromolungo presso Pontida. Questa, se non erro, sarebbe la vera etimologia per Grumello.

Grumello del monte e le sue bellezze naturali
(da “Grumello del Monte” nella cornice del centenario 1882/1992 – di Don Ferdinando Cortinovis)

“Questo paese, per cui propriamente si entra in Valcalepio, è uno dei più belli, dei più salubri e fertili del bergamasco.

Il suo piano, ora ferace di grani e di gelsi, fino al 1854 fu tutto coperto di viti, che, colpite poi dal crittogoma, dalla peronospera, dalla filossena e da altri malanni, disparirono e nessuno più pensò di rimetterle.

I colli, sui quali il villaggio è dolcemente disteso, quando li rispetta la gragnuola, sono sempre miniere doro. Il vino, che si fa, è dei più generosi della provincia. Se in qualche luogo le vigne risentono qualche guasto, vi si lavora dispensiosamente a ristorarle con piantagioni di viti più resistenti.

Chi voglia formarsi unidea completa di quelle colline, si metta sul ponticello del Rillo, un poco verso Tagliuno, e le vedrà dispiegarsi bellamente, quasi in semicerchio, dalla vallata di Boldesico a San Pantaleone e di là avanzarsi al monte Calvario e alla Guardia e indi discendere al Castello.

Ti assicuro che a quel colpo docchio, alla vista di quel panorama, ti sentirai rapito come da un incanto e, quando potrai riscuoterti da quella specie di fascino, esclamerai: “Che bellezza! Fortunati gli abitatori di questa vaghissima terra”.

(La Val Calepio, Canonico prot. Zambetti).

Un’insenatura vasta e rara
(Dante, Purgatorio, XXV, 77). (Da L’Eco di Bergamo, 1932)

Chi percorre la ferrovia Bergamo – Brescia, alla stazione di Grumello non vede quasi nulla del paese, nascosto com’è dalla collina quasi tutta a vigneti, che, partendo da nord, là dove ha origine la “Valle del Fico”, si protende a sud, poi si ripiega leggermente a est, con un percorso di tre chilometri, e va’ a confondersi nel piano là dove giganteggia il colosso della bella chiesa parrocchiale. Pertanto non si vede che il versante esteriore, quello prospiciente Chiuduno- Telgate.

Nell’interno di questa linea è un vasto semicerchio, che a guisa di immenso anfiteatro abbraccia il paese; nel suo punto più alto si inerpica sui colli dietro cui siede Gandosso e prosegue ad oriente sulle colline che si affacciano ancora a mezzogiorno quasi a spiare la pianura dellaglio per ripiegare subito indietro verso Tagliuno.

Nella catena montana che da Tavernola si stende fino a Ponti da, difficilmente si potrà trovare un’insenatura così vasta e così bene esposta come quella di Grumello.

E’ un’estensione collinare di seimila pertiche bergamasche, di cui tremila fittamente coperte di vigneti a coltura intensiva che guardano per la maggior parte a mezzodì e godono pertanto tutto il giorno, ” il calor del sol che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola”.

Il villaggio ha avuto origine in epoca romana da un “Fundus Maurinicus” e prende quindi il nome dal suo primo proprietario, un certo Maurinus, che ebbe in assegnazione queste terre probabilmente attorno al primo secolo dopo Cristo, periodo nel quale si effettuò la centuriazione (misura e spartizione) del territorio bergamasco pianeggiante. A conferma dell’origine romana di Mornico vi sono le tombe di epoca romana (II secolo a.C.) venute alla luce nel 1880 e 1882 lungo la vecchia strada Francesca e nel campo Barattino verso Palosco. Esiste pure una seconda versione sulle origini del paese, basata più che altro sulla tradizione, secondo la quale il nome Mornico deriverebbe dal frutto dei rovi ben noto con il nome di “mora”. Nell’alto medioevo esistevano in questa zona due villaggi vicini lungo il torrente Zerra: Mornico, sulla riva sinistra, che faceva capo alle chiese di S. Andrea e di S. Zeno e Castenatello, sulla riva opposta, più a sud attorno alla chiesa di Santa Valeria. La prima notizia scritta riguardante Mornico risale all’anno 1002, mentre Castenatello è documentato fin dall’anno 785.

Il Castello e le Magistrature Comunali
L’erezione di un castello a Mornico nel XII secolo per difendersi dalle incursioni dei barbari determinò un maggior sviluppo di questo villaggio rispetto al vicino Castenatello, che comunque sopravvisse fino al XIV secolo, diventando anche Comune rurale. L’istituzione delle magistrature comunali a Mornico è documentata dal 1196, quando gli abitanti riuscirono ad emanciparsi dai feudatari locali, i Da Mornico, alleati dei potenti Conti di Cortenuova. Dopo la sconfitta dei Guelfi a Cortenuova (1237) anche i Da Mornico scomparvero da questa zona e il Comune rurale entrò nell’orbita di Bergamo. Nel secolo XIV Mornico annoverava un ospizio per i pellegrini annesso alla chiesa di S.Andrea, perché le strade erano infestate da briganti soprattutto di notte, e probabilmente era custodito dai frati Umiliati, un ordine religioso che lavorava e commerciava i tessuti di lana e che a Mornico aveva una casa, la “domus humiliatorum de Mornigo”.

Sotto i Visconti di Milano 
Nei secoli XIV e XV le lotte tra Guelfi (favorevoli al Papa) e Ghibellini (favorevoli all’imperatore) sconvolsero l’Italia e tutta la bergamasca. La guerra o guerriglia tra le “maledette fazioni” giunse a tal punto che Bergamo nel 1315 chiese la protezione dei Visconti di Milano con la speranza di ottenere un po’ di pace. Questi non portarono la pace, ma incentivarono le discordie e, salvo la breve signoria di Pandolfo Malatesta, rimasero padroni del nostro territorio fino alla pace di Ferrara (1428) quando in seguito ad una guerra, ai Visconti subentrò la Repubblica Veneta.

Sotto la Repubblica di Venezia
Bergamo e il suo territorio entrarono a far parte della Repubblica di Venezia dal 1428 e vi rimasero fino al 1796; Mornico però dal 1460 al 1475 fu feudo di Bartolomeo Colleoni, famoso capitano di ventura che aveva posto la sua residenza nel castello della vicina Malpaga. Sotto la sua Signoria, il paese attraversò un periodo di pace e di benessere. Infatti, nel 1473 egli fece scavare la roggia Borgogna, che attraverso i territori di Villa di Serio, Scanzo, Albano, Montello, Costa, Cavernago giungeva con diramazioni fino a Calcinate, Mornico e Palosco. Questa roggia scendendo da via Bergamo attraversava il paese e lo circondava con un largo fossato che serviva da difesa del villaggio, mentre le sue acque erano utilizzate per l’irrigazione dei campi e per muovere le ruote dei mulini. Inoltre nel XV secolo i Mornicesi riedificarono e fecero affrescare l’intera chiesa parrocchiale, ora chiesa vecchia, mentre i secoli XVI e XVII furono caratterizzati da continue guerre e occupazioni militari che portarono miseria e pestilenze. Ciò nonostante la popolazione era in continuo aumento e nel 1575 S. Carlo convinse i capifamiglia ad erigere una nuova chiesa, più ampia, in sostituzione di quella vecchia, ormai troppo angusta. Il nuovo tempio sorse sopra i ruderi del castello e fu officiato fino al 1929, quando si iniziò a celebrare nell’attuale chiesa nuova. Nella famosa peste del 1630 Mornico perse ben 377 abitanti su una popolazione di 1041 abitanti. Il paese si riprese però rapidamente, divenendo spesso sede del Consiglio della Quadra di Calcinate. Nei secoli XVII e XVIlI i proprietari terrieri locali, gli Alessandri, i Terzi e i Perini eressero belle dimore padronali e contribuirono all’abbellimento della nuova parrocchiale. Queste ville di campagna subirono però il saccheggio delle truppe francesi e tedesche durante la guerra di successione spagnola (1702). Per questo motivo la Repubblica di Venezia esentò tutti quelli che avevano subito danni dal pagamento delle tasse per tutto il 1703. Alla fine del seicento o ai primi del settecento fu istituita la vicaria di Mornico, che comprendeva oltre a Mornico le parrocchie di Cividate, Cortenuova, Martinengo, Romano, Fara Olivana e Bariano e il parroco di Mornico fu investito dal titolo di Vicario Foraneo. La vicaria foranea di Mornico fu soppressa nel 1926 quando comprendeva le sole parrocchie di Mornico, Calcinate, Cividate e Martinengo e quando la parrocchia era priva del suo titolare per la morte del parroco Don Antonio Berardelli. Da ricordare che nel 1717 il parroco e Vicario Foraneo Don G. B. Guarisco ebbe il titolo di prevosto e la chiesa divenne prepositurale.

Sotto il dominio francese (1796-1813)
A seguito della rivoluzione francese (14 luglio 1789) e della successiva guerra tra Francia e Austria, a Natale nel 1796 i francesi giunsero a Bergamo e dopo la breve vita della Repubblica Bergamasca (13 marzo – 29 giugno 1897), ma soprattutto con il trattato di Campoformio (17 ottobre 1897) Napoleone metteva fine alla millenaria Repubblica di Venezia inglobando i suoi territori prima sotto la Repubblica Cisalpina e quindi sotto il dominio francese. Durante la breve dominazione napoleonica (1796-1813) Mornico fu aggregato a Palosco (1810-1815) e fece parte del Dipartimento del Serio. Inoltre fu soppressa la confraternita dei Disciplini di Mornico (1810-14 termidoro 6°) e la loro chiesetta che sorgeva in piazza fu requisita dal governo e in seguito riacquistata all’asta presso l’intendenza di Finanza dal parroco Don Antonio Manzoni per L. 340 austriache (27 agosto 1828). Nel 1810 fu demolito il cimitero in piazza e ricostruito uno nuovo fuori dell’abitato presso la località Mortivecchi, che rimase attivo fino 1840.

Sotto il dominio austriaco (1814-1859)
Mornico riottenne presto l’autonomia da Palosco (1815) e fu aggregato al provincia di Bergamo. Nonostante le continue epidemie di colera la popolazione nei primi decenni dell’Ottocento superò le mille unità. Nel 1833 il parroco Don Bortolo Spinelli fece trasportare l’immagine della Vergine Addolorata che si trovava su una parete di fondo della chiesa vecchia sopra l’altare maggiore. Da allora si cominciò a chiamare la chiesa vecchia “Chiesa dell’Addolorata”. Nel 1838, sempre lo stesso parroco, a seguito di un voto fatto nel 1836 per scongiurare il colera (26 morti tra maggio e agosto), ampliò la chiesa campestre dedicata a Santa Valeria con l’aggiunta del pronao. Nel 1855, dopo il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato l’anno prima da Pio IX, fu eretta la cappella dei Dossi ora scomparsa. Durante le guerre d’indipendenza del 1848-49 e del 1859 vari eserciti passarono sul territorio di Mornico. Si dice che, prima della vittoriosa battaglia di S. Martino-Solferino, sia stata offerta una gran festa da parte dei nobili Terzi ai liberatori franco-piemontesi nello splendido palazzo.

Sotto l’Italia

Quando nel 1860 entrò al far parte del regno d’Italia, il paese superava 1500 abitanti, nella massima parte contadini salariati. Nel 1863 il Consiglio Comunale chiese ed ottenne dal Re Vittorio Emanuele II di poter aggiungere al nome “Mornico” la specificazione “al Serio”, ripristinando in parte la denominazione del paese sotto il dominio Napoleonico, quando era chiamato “Mornico nel Dipartimento del Serio”. Negli ultimi decenni del secolo la crisi economica costrinse molte famiglie di Mornicesi ad emigrare verso le Americhe. La mancanza d’industrie e le due grandi guerre mondiali frenarono lo sviluppo del paese, che si riprese solo nel secondo dopoguerra con l’arrivo dell’industria. Dal 1970 ad oggi Mornico al Serio ha più che raddoppiato l’estensione del centro abitato e oggi (2010) ha superato i 2850 abitanti.

Posizione, confini, popolazione, economia – Palosco, comune della provincia di Bergamo, si trova nella pianura orientale bergamasca a 157 metri s.l.m. e a 20 chilometri dal capoluogo. Il territorio comunale si estende su una superficie di kmq 10,45 e confina con i comuni di Cividate al Piano, Martinengo, Mornico al Serio, Calcinate, Bolgare, Telgate, Palazzolo s/O (Bs) e Pontoglio (Bs).
La popolazione del comune assomma a 5.789 abitanti (al 22.03.2011) in massima parte occupati nelle industrie locali e della zona. Riveste particolare importanza la produzione dei compassi, la più antica e famosa industria locale.
Cenni storici – Il territorio di Palosco era abitato fin dalla preistoria, ma fu colonizzato e messo a coltura in epoca romana con la fonazione di numerose fattorie, che nell’Alto Medioevo si trasformarono in villaggi. Prima del Mille sono documentati, infatti, i villaggi di Malago, Auliuno, Marelliano, Talave, Bussaga e Casale. Il centro abitato di Palosco, documentato dall’anno 856, si andò sviluppando attorno al castello eretto probabilmente nel secolo IX dal vescovo di Bergamo su un dosso posto alla confluenza del Cherio in Oglio, naturalmente difeso dai due fiumi e dalle circostanti paludi (il toponimo Palosco deriva, infatti, dal termine latino palus, cioè palude). Dal secolo XI al XIV il territorio di Palosco appartenne al monaci di S. Lorenzo di Cremona e ad essi si deve probabilmente l’erezione dell’attuale parrocchiale di S.Lorenzo.

La presenza del castello, in tempi caratterizzati da continue guerre tra feudatari, attirò attorno a sé gli abitanti dei villaggi sparsi, che si spopolarono rapidamente, mentre Palosco conobbe un rapido sviluppo demografico; nel XII secolo, ottenuta l’autonomia comunale, fu circondato da mura e fossato.
Il borgo fu al centro delle lotte tra bresciani guelfi e bergamaschi ghibellini per il possesso di alcuni castelli di confine e nel 1156, dopo la battaglia delle Grumore, fu occupato dai bresciani vittoriosi. Nel 1191, dopo un’altra vittoria ottenuta dai bresciani tra Cividate e Pontoglio (battaglia della Malamorte), il villaggio passò sotto la giurisdizione civile e religiosa di Brescia. Ritornò a Bergamo, ma solo nel civile, dopo la vittoria dei Ghibellini e dell’imperatore Federico II a Cortenuova nel 1237. Nel 1248 ottenne da Bergamo l’istituzione di un mercato settimanale.
Nel XIV secolo gran parte delle terre di Palosco appartenevano al monastero bergamasco dei Celestini e alla potente famiglia ghibellina dei Suardi, perennemente in lotta con la fazione guelfa. Per questo motivo il borgo fu più volte devastato dai Guelfi tanto che, a fine secolo XIV, risultava quasi del tutto spopolato. Con la conquista veneziana (1428) e il ritorno della pace ebbe inizio la ripresa demografica ed economica del paese, che raggiunse una notevole prosperità sotto la signoria di Bartolomeo Colleoni (1454-1475). Il Capitano acquistò la possessione della Torre delle Passere, fece restaurare rogge e mulini, ricostruì la parrocchiale e fondò la Misericordia per l’assistenza dei poveri. Lo stemma colleonesco fu in seguito adottato dalla comunità e inserito nello stemma comunale.
Nel XVI secolo fu parroco di Palosco l’umanista Publio Fontana (1548-1609) amico dei maggiori intellettuali lombardi del suo tempo, autore di prose e poesie in latino.
Palosco seguì poi le sorti politiche di Bergamo, prima sotto Napoleone (1797-1814), poi sotto il Regno Lombardo-Veneto (1815-1859); dopo le vittorie franco-piemontesi di S. Martino e Solferino, entrò a far parte definitivamente del Regno d’Italia.

Monumenti
Il centro storico conserva ancora tracce del fossato medievale e delle tre porte. Notevole interesse architettonico rivestono alcune abitazioni dei secoli XIV e XV e i palazzi dei Suardi e dei Calepio (sec. XV); di notevole pregio anche alcuni grandi cascinali del territorio come la Torre Passere, le Treschiere, il Portico e la Cascina Ca’.
Nella piazza del Comune si possono scorgere i resti del mastio dell’antico castello databile ai secoli XI-XII.
La parrocchiale, documentata dal secolo XII, fu più volte ricostruita e ampliata. L’aspetto attuale si deve soprattutto alla ricostruzione settecentesca e all’ampliamento del 1902-1908. Al suo interno si conservano tele di G.B. Moroni, F. Richino, G.P. Lavagna e sculture del Callegari e del Caniana.
S. Maria Elisabetta, antica parrocchiale di origine altomedievale, fu ricostruita nel XVI secolo e successivamente inglobata nell’antica canonica (oggi casa di riposo). Dell’edificio antico conserva il campanile e il porticato sul lato settentrionale.
S. Pietro di Bussaga, già documentata nel XII secolo, fu poi sede dei frati umiliati. La navata gotica e l’abside risalgono al XV secolo; epoche in cui furono eseguiti i numerosi affreschi votivi.
S. Maria della Mercede, nel complesso della Torre delle Passere, fu eretta dai nobili Terzi a fine Settecento per i contadini della Torre e per ospitare la tomba di famiglia.
S. Fermo, di origine medievale (anticamente era forse dedicata a S. Pietro), si trova lungo l’antica strada per Telgate . Caduta in rovina, fu ricostruita totalmente nel XX secolo.
I documenti d’archivio testimoniano l’esistenza di altri antichi oratori, ormai scomparsi da secoli: S. Eusebio al Cherio, S. Vitale al Tirna, S. Michele, S. Pietro delle Passere.

Il centro di Telgate era già noto in epoca romana quando, situato sulla strada di collegamento tra le città di Brescia e Milano, poteva vantare una stazione per il cambio dei cavalli dei viaggiatori.

Tuttavia i primi documenti scritti che attestano l’esistenza del paese risalgono all’anno 830, quando vengono menzionate le chiese del paese.

Ed è proprio nelle chiese che Telgate vede svolgere la gran parte degli avvenimenti storici sul proprio territori: nel 1156, in pieno Medioevo, nella chiesa di San Michele, di cui oggi non resta più nulla, venne firmata la tregua tra le avverse fazioni di bergamaschi e bresciani, che si erano precedentemente affrontate nella sanguinosa battaglia delle Grumore.
Questo trattato tuttavia non sortì gli effetti sperati, poiché le battaglie ripresero ben presto, portando nuovamente la paura nella zona. Fu un altro trattato di pace, firmato nella locale chiesa di San Pietro nel 1198 dagli stessi contendenti, a riportare la tranquillità nel paese.
In questo periodo tennero corte in Telgate i componenti dell’antica e nobile famiglia dei Vavassori, divenuti signori del castello, ai quali subentrarono nel 1387 i nobili Marenzi che compirono anche lavori di consolidamento e di ristrutturazione all’intera opera di fortificazione, convertendo parte dell’antico castello in signorile abitazione.
Quella dei Marenzi era una ricchissima e potente famiglia con proprietà anche a Sarnico, Tagliuno, Cividino e molte altre località della bergamasca. I Marenzi furono signori di Telgate fino al 1440, anno in cui il duca di Milano Filippo Maria Visconti (1412 – 1447) conferì loro il titolo di conti di Telgate e di Tagliuno.

La tranquillità continuò nei secoli seguenti anche grazie all’avvento della dominazione della Repubblica di Venezia, avvenuta nel corso del XV secolo, che diede nuovi impulsi al commercio di Telgate, terra di confine tra la bergamasca ed il bresciano.

Nel 1797, dopo l’avvento di Napoleone e della Repubblica Cisalpina, il paese fu aggregato al comune di Grumello del Monte, venendo quindi ridotto al ruolo di frazione.

Con l’annessione al Regno Lombardo-Veneto, Telgate recuperò la sua autonomia, anche se le principali direttrici commerciali vennero deviate verso la Valcalepio, lasciandogli il ruolo di piccolo e tranquillo centro agricolo.

Soltanto nel corso del XX secolo l’industrializzazione e la costruzione dell’Autostrada A4 proprio sul proprio territorio, riportarono il paese ad assumere un ruolo importante nella zona.

I PARTNER DEL PROGETTO

Costituita da Regione Lombardia con la legge regionale 23 del 2015, si artico in due settori aziendali rispettivamente definiti rete territoriale e polo ospedaliero. ll naturale bacino si estende dalla periferia sud-est di Bergamo a tutto il bacino dei laghi e delle valli bergamasche, che comprende 94 Comuni, con una popolazione complessiva di 386.865 abitanti (dato ISTAT al 1.1.2014 ) sui circa 1.100.000 della bergamasca .

L’area di riferimento individuata comprenda come estensione territoriale quasi il 50% della Provincia di Bergamo, mentre la popolazione complessiva è pari al 35% del totale.

L’Azienda opera in un ambito sia geografico che demografico molto diversificato, che va dalla cintura metropolitana, con una ricca zona industriale e una vasta area agricola, all’area dei laghi, caratterizzata da forte stagionalità turistica, fino all’alta montagna, con le sue difficoltà di accesso.

È un’impresa di comunità in quanto ridefinisce continuamente con la comunità stessa un patto, un’alleanza volta alla costruzione del bene comune. Fondata nel 2001 a Pedrengo, dal 2014 ha unito le forze con altre due realtà cooperative e ora si avvale di operatori qualificati che lavorano in strutture dislocate in provincia di Bergamo. Oggi è una cooperativa sociale di tipo A e B e conta più di 240 dipendenti. Si occupa di cura della persona e delle sue possibili fragilità. Ha costruito negli anni e tutt’oggi continua nella definizione, di una filiera di servizi educativi e assistenziali che tengano conto della globalità della persona e non del singolo bisogno che essa esprime.

La Cooperativa Sociale PAESE è una società cooperativa a responsabilità limitata (Scrl) e un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus). La PAESE nasce a Entratico (BG) nel luglio 1993 come Cooperativa Sociale di tipo A con l’obiettivo di avviare una serie di servizi rivolti ad anziani, minori, famiglie e persone portatrici di handicap per il bacino d’utenza della Val Cavallina.

La Cooperativa gestisce Servizi socio-sanitari ed Educativi avvalendosi dell’attività dei soci Cooperatori, di lavoratori dipendenti non soci e anche di collaboratori professionali non soci. Collabora inoltre fattivamente con diversi Enti locali per migliorare l’efficacia degli interventi e promuovere percorsi di integrazione sociale strutturati e complessi.

La Cooperativa Universiis, organizzazione non lucrativa di utilità sociale, nasce a Udine nel 1993.

La nascita e lo sviluppo della cooperativa trovano ragione d’essere nella volontà, espressione di un sentire e di un impegno condiviso, di progettare e condurre con partecipazione nuove modalità d’intervento sociale, che rispondano in modo concreto alle esigenze della comunità. Saper ascoltare e prevenire il disagio sociale, offrire servizi adeguati ed efficaci, perseguire sempre e comunque il miglioramento e la promozione delle condizioni di vita: questi sono i nostri propositi, che si traducono operativamente nell’intento di avvicinare il più possibile, nella qualità e nel rispetto della persona, le nostre risposte ai bisogni degli utenti.

L’attività della Cooperativa Universiis è suddivisa in tre aree:

Area Anziani – Servizi di assistenza sanitaria ed ausiliaria a favore di persone anziane presso strutture residenziali e a domicilio.

Area Minori – Servizi rivolti a bambini ed adolescenti nei casi di disagio e di disabilità e sostegno alle famiglie in difficoltà nello svolgimento del ruolo genitoriale

Area Handicap – Servizi rivolti ai portatori di handicap presso centri socio riabilitativi ed educativi (CSRE), comunità residenziali, istituti scolastici e a domicilio.

La Fondazione della Comunità Bergamasca è una istituzione di diritto privato nata nel 2000 su iniziativa di Fondazione Cariplo, costituita col preciso intento di essere sempre più vicina alle specifiche esigenze territoriali.

Il suo obiettivo è migliorare la qualità della vita di quanti vivono ed operano nella provincia di Bergamo: appartiene all’intera comunità ed è indipendente da ogni interesse particolare, anche da quello dei fondatori, dei donatori, dei beneficiari e di ogni altro ente pubblico o privato.

Il nostro scopo è finanziare progetti di area socio-sanitaria, culturale e ambientale ed altre finalità volte a migliorare la qualità della vita della comunità Bergamasca.

Le nostre erogazioni avvengono principalmente tramite la pubblicazione di bandi; alla valutazione dei progetti prendono parte gratuitamente consiglieri della Fondazione, membri esterni e membri dello staff.

L’ «Ospedale del Boldesico» è stato fondato dal sacerdote Don Luigi Belotti il 1° maggio 1811; inizialmente l’Istituto svolse l’attività di ospedale vero e proprio e solo in un secondo momento si caratterizzò come struttura dedita all’assistenza dell’anziano. L’Ospedale del Boldesico ebbe, quindi, le sue origini nella casa stessa di Don Luigi Belotti (l’attuale villa settecentesca posta a nord della R.S.A.) e lì rimase per circa 150 anni.

Un primo nuovo edificio (la Casa di Riposo) venne realizzato nel 1964, per una capienza complessiva di circa 40-50 ospiti. L’immobile in cui ha sede l’attuale R.S.A. è stato invece realizzato, ex novo ma sul terreno della precedente Casa di Riposo, nella seconda metà degli anni ’90; l’avvio dell’attività presso la nuova struttura è avvenuto il 7 dicembre 1999: inizialmente con i 40 ospiti già presenti e poi, nel mese di febbraio del 2000, con l’apertura del terzo nucleo che ha portato la capienza complessiva della R.S.A. agli attuali 60 posti letto, a cui successivamente si sono aggiunti 6 posti letto per i ricoveri temporanei di sollievo.

Oggi la Residenza Sanitario Assistenziale (R.S.A.) “Madonna del Boldesico”, in conformità alla disciplina regionale vigente in materia, è una «struttura protetta», vale a dire una residenza collettiva che fornisce agli anziani ospiti, in condizioni di non autosufficienza, interventi di protezione assistenziale e abitativa, nonché adeguati interventi sanitari e riabilitativi.

I REFERENTI

Sono Stefano Rinaldi, Direttore dell’Ambito di Seriate e responsabile  e coordinatore generale del progetto Invecchiando s’impara.

Credo molto in questo modo nuovo di affrontare il tema dei servizi al territorio, che coinvolge direttamente i cittadini e li chiama ad un dialogo con le istituzioni diretto, schietto, aperto su entrambi i fronti. Ed in cambio chiede a tutti noi di tornare a vivere la comunità come il luogo privilegiato che prende in carica i problemi e cerca le soluzioni. Soluzioni che non sono quindi rimesse agli uffici pubblici e agli operatori specializzati ma che prevedono l’attivazione delle persone che vivono sul territorio (volontari, operatori, singoli cittadini, famiglie). Ed il fatto che il tema principale del progetto sia l’invecchiamento, che ci riguarda tutti senza distinzione, rende ancora più interessante questa sfida. Come responsabile di progetto il mio compito e il mio obiettivo saranno quelli di garantire la realizzazione di ogni azione nei tempi previsti e nel rispetto dei budget.

s.rinaldi@invecchiandosimpara.it

Mi chiamo Danilo Bertocchi, ho 45 anni, ho una formazione da educatore professionale e faccio parte della cooperativa Namastè sin dalla sua nascita. In cooperativa mi occupo di sanità e di agricoltura sociale, oltre ad esserne vice-presidente.
In Invecchiando s’impara il mio compito è quello di governare le azioni di fund raising (termine tecnico che indica sia la raccolta di fondi che l’ingaggio di volontari a supporto del progetto). La sfida che abbiamo davanti è quella di convincere le persone e le aziende del territorio a a donare i propri soldi / tempo alla costruzione di un sistema di welfare comunitario che sostenga e curi gli anziani dei nostri paesi. Nel concreto dobbiamo raccogliere in 3 anni 160.000 mila euro e ingaggiare almeno 85 persone/volontari in varie modalità.

d.bertocchi@invecchiandosimpara.it

Sono Gianantonio Farinotti, Responsabile dell’Ufficio di Piano dell’Ambito territoriale di Grumello del Monte. Sono il coordinatore  dell’Azione 3 del progetto; questo mi consente, ‘in presa diretta’, di aggiornare ed innovare il modello con il quale pensare alle politiche per la domiciliarità e di tradurre concretamente interventi che rendano un po’ più agevole la situazione delle  persone che, nel nostro territorio, incontrano la fatica legata all’accudimento dei propri congiunti che vivono una qualche forma di non autosufficienza. Con Invecchiando s’impara sto toccando con mano l’importanza della progettazione quale forma evoluta per ‘inventare il possibile’.

g.farinotti@invecchiandosimpara.it

Agnese Graticola. Libera professionista, mamma e volontaria. Dopo aver lavorato per alcuni anni in ambito aziendale, dal 2007 sono consulente e formatrice per diverse associazioni del territorio provinciale sui temi della progettazione, raccolta fondi, sviluppo di servizi e consulente alla progettazione per il Centro Servizi Volontariato di Bergamo. In particolare, negli ultimi anni ho accompagnato processi di sviluppo di comunità e in questo progetto sono la coordinatrice della macro-azione “Prevenzione, invecchiamento attivo e consapevolezza”.

Come coordinatrice dell’azione “Prevenzione, invecchiamento attivo e consapevolezza” sarà mia priorità mettere al centro le persone, le esperienze e le competenze già presenti nel territorio, affinché si creino collaborazioni e si generino legami che aiutino ad affrontare l’età anziana all’interno della comunità.

a.graticola@invecchiandosimpara.it